Conciliare la causa costa meno?

Negli anni ho maturato nell’ambito del diritto del lavoro un’esperienza tale per dire ai clienti che conciliare una causa costa meno che portarla in Tribunale e, magari, farla proseguire sino alla sentenza.

PRIMO MOTIVO
Il primo e fondamentale motivo è che nel processo del lavoro durante la prima udienza il Giudice deve tentare di verificare la possibilità di una conciliazione; deve quindi provare ad accordare le due parti affinché il giudizio si blocchi già in quella fase.

Pertanto, sulla base di quanto datore di lavoro e collaboratore hanno scritto nei propri atti, sarebbe già possibile avere un primo quadro della situazione utile, appunto, a conciliare la vertenza.

Ciò che consiglio ai clienti è quindi approcciare, anche prima di azionare i diritti in Tribunale, un colloquio con la controparte. In altre parole ciò che evidenzio è:

“visto che la prima cosa che il Giudice farà sarà quella di provare a mettervi d’accordo, non è più utile fare un tentativo prima, così ci risparmiamo un po’ di tempo??”

 

Ma oltre a questo motivo perché suggerisco che:
conciliare la causa costa meno!

SECONDO MOTIVO
Il secondo motivo che ritengo possa essere determinante per scegliere di trovare un punto d’incontro con la controparte è quello del risparmio del tempo.

Rispetto ad una causa in Tribunale che, in ragione del luogo in cui viene radicata può avere una durata da 1 anno e mezzo fino a 3, una buona conciliazione, anche nei casi più complicati, si risolve al massimo in 1 o 2 mesi.

Questa circostanza  se da un lato comporta rinunce da entrambe le parti (ad es. un esborso di denaro dell’azienda e una riduzione dell’importo inizialmente preteso dal lavoratore) dall’altro lato definisce in modo chiaro le somme “in gioco” senza il dubbio che si protrae per lungo tempo.

TERZO MOTIVO
E questo ci porta al terzo motivo per il quale conciliare costa meno.

Il risparmio di tempo infatti ha in sé anche un ridotto impatto emotivo.
Una vertenza di lavoro che “dura poco” (come in caso di conciliazione) ha il pregio di esaurire in altrettanto poco tempo la carica di emotività connaturata alla vicenda.

 

 

Ad es. in caso di licenziamento il lavoratore dimenticherà più in fretta le vicende che hanno portato l’azienda a fare a meno di lui e sarà più veloce il suo reinserimento nel mondo del lavoro. Con una causa invece dove le udienze si susseguono per le varie fasi del processo il lavoratore sarebbe costretto, ad ognuna di esse, a rivivere momenti magari spiacevoli.

Allo stesso modo anche per l’azienda. Se il rapporto è stato burrascoso il datore di lavoro vorrà dimenticare al più presto di aver avuto quel dipendente e vorrà evitare il più possibile la “noia” di dedicarsi ancora a lui. 
Anche per l’azienda proseguire in una causa significherebbe distogliere l’attenzione dalla produttività e dagli altri collaboratori fidati.

QUARTO MOTIVO
L’ultimo elemento che porta a farmi propendere per la conciliazione è quello del risparmio economico.

Se è vero che con una causa una delle due parti ottiene, forse, le somme pretese è anche vero che nel tempo di attesa potrebbero diminuire le garanzie per riceverle (ad es. fallimenti in caso di vittoria del dipendente, o mancanza di un lavoro stabile del lavoratore in caso di vittoria dell’azienda).

Non solo.

Ogni causa presenza sempre una dose di rischio, sia per il lavoratore che per l’azienda.
Aumentare il tempo di soluzione implica anche il “tenere vincolate” delle somme in attesa dell’esito della causa.

Conciliare, che implica sempre una soluzione di compromesso, permette di ridurre le pretese di entrambe le parti che quindi conoscono in tempi brevi anche l’esborso economico.

Da non sottovalutare anche le spese legali; conciliare una causa implica un coinvolgimento lavorativo dell’avvocato inferiore a quello di un processo!

 

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