Trasferimento e trasferta sono la stessa cosa?

Sono due aspetti molto diversi che riguardano il rapporto di lavoro.

Sia per il trasferimento che per la trasferta si realizza uno spostamento fisico del collaboratore.
Nel caso del trasferimento la sede di lavoro viene cambiata in modo definitivo (o comunque per un tempo necessariamente prolungato); nel caso della trasferta, invece, la modifica è solo temporanea (giornaliera o al massimo di qualche giornata).

Questa diversità ci porta a dire che non solo che trasferimento e trasferta non siano la stessa cosa ma anche che abbiano trattamenti retributivi diversi.

Nel trasferimento viene cambiata, per ragioni aziendali, la sede di lavoro del collaboratore.

Questo mutamento può essere a tempo indeterminato o per un periodo più breve (in ogni caso più lungo di qualche giorno o di qualche settimana).

La distanza rispetto al luogo di lavoro precedente può essere più o meno di 50 km.
E’ importante questo numero – 50 – perché sulla base della distanza la facoltà di accettare o meno il trasferimento può avere conseguenze rilevanti.

Il trasferimento può richiedere, talvolta, lo spostamento dell’abitazione del dipendente.
In questo caso i contratti collettivi prevedono specifiche modalità di rimborso per le spese sostenute per la ricerca di una nuova casa o per lo spostamento del mobilio.

Come va comunicato?

Il trasferimento deve essere comunicato al lavoratore per iscritto; nella lettera devono essere contenute le ragioni della scelta aziendale.
Se non sono presenti il collaboratore può chiedere che vengano specificate.

Nella lettera è fondamentale inserire un termine per l’accettazione o il rifiuto al trasferimento nonché tutte le conseguenze rispetto al rapporto di lavoro (ad es. retribuzione, premi, rimborsi spese ecc.).

Rifiuto o accettazione?

In caso di accettazione il collaboratore e l’azienda valuteranno tutte le procedure per realizzare il trasferimento.

In caso di rifiuto l’azienda può:
1. licenziare il dipendente (con preavviso)
2. valutare con il dipendente il collocamento in una diversa posizione anche, eventualmente, riducendo l’orario di lavoro

In caso di rifiuto il dipendente può:
1. dimettersi. Se la distanza del trasferimento è superiore a 50 km, potrà chiedere la giusta causa per le dimissioni e in questo caso avviare la procedura per la Naspi (disoccupazione).
Se la distanza del trasferimento è inferiore a 50 km le dimissioni non consentiranno di accedere alla disoccupazione.
2. valutare con l’azienda il collocamento in una diversa posizione anche, eventualmente, riducendo l’orario di lavoro

E se le ragioni del trasferimento non sono vere?

Il collaboratore che ritiene sbagliata la procedura del trasferimento o che le ragioni indicate dall’azienda siano false può, entro 60 giorni, inviare una lettera di impugnazione del trasferimento.

La trasferta diversamente dal trasferimento comporta uno spostamento momentaneo del collaboratore per l’esecuzione della sua attività.

Ad es. per recarsi su un cantiere, per viaggiare su un camion, ecc.

La trasferta inoltre si realizza anche quando deve essere svolta la prestazione in un luogo di verso da quello abituale per un periodo prolungato di qualche giorno o qualche settimana.

Come viene comunicata?

Nel contratto di lavoro (che richiama quello collettivo) deve essere inserito l’ipotesi di richiesta al collaboratore di fare trasferte.
Non è necessario comunicare per iscritto ogni singola trasferta; è invece importante tenere traccia degli spostamenti del collaboratore.

Come viene pagata?

La tenuta delle ore di trasferta è fondamentale per la creazione della busta paga e quindi per il pagamento degli importi previsti dal contratto collettivo per le ore al di fuori della sede di lavoro.

In molti contratti l’importo dell’indennità di trasferta è calcolato sulla base di fasce (dalle 4 alle 8 ore, dalle 9 alle 12 ore ecc.).

Rifiuto o accettazione?

Il collaboratore non può rifiutare di eseguire l’attività in trasferta fatta salva la giusta causa, che deve essere motivata al datore di lavoro.

Negli altri casi il rifiuto potrebbe dare origine ad una contestazione disciplinare per insubordinazione.

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